The Dark Knight di Christopher Nolan
Agosto 13th, 2008
Siamo andati a vedere Batman dove è giusto che si vedano questi film, alla Stratford Picture House, il popolare cinema di quartiere, dove l’audience era composta per l’80 per cento da adolescenti neri (il restante: qualche coppietta, un prete e un suo parrocchiano e una coppia quasi di mezza età: io e The Girl).
The Dark Knight sta a Nolan come Star Wars (il primo) sta a Lucas: cioè, è un film d’azione e di genere, ma anche vagamente autoriale (ed entrambi hanno fatto una barca di soldi, ma questo non c’entra). Il plot è stupendamente intrecciato e la storia è piena di dettagli e invenzioni succulente. Il Joker di Heath Ledger è terrificante e mai solo grottesco.

Purtroppo però questo secondo Batman della serie Nolan perde qualcosa rispetto al primo nella scelta drammaturgica, cioè in quello che più conta. Batman Begins era la storia di un giovane che trova la propria strada nella vita affrontando le sue paure più recondite – una storia con cui tutti ci possiamo identificare. The Dark Knight, beh, è la storia di un eroe che ha una visione manichea del bene e del male e che si assume colpe che non sono sue per salvare la sua comunità. Bei propositi, ma è più difficile identificarsi. Il cattivo del primo film era un uomo che terrorizzava una città spinto da un’ideologia – plausibile. Joker invece è semplicemente uno psicopatico – meno interessante. E così via.
Alla Stratford Picture House sono state però due ore e mezzo palpitanti, in cui l’audience incomprensibilmente rideva nelle scene più truculente (non molte). Mentre in altri momenti non fiatava una mosca. Alla fine, applauso. The Dark Knight è un film che trascina le masse.
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L’heure d’Eté di Olivier Assayas
Agosto 8th, 2008
La scelta, per andare al cinema, dopo varie consultazioni, si era ridotta a Summer Hours di Assayas e Batman. In realtà credo che sia io sia The Girl volevamo in fondo vedere Batman, ma per non tradire i raffinati gusti cinematografici che una volta ci contraddistinguevano abbiamo scelto Summer Hours e, in una calda, ma grigia, serata londinese ci siamo avviati verso il Renoir.

Dunque, L’heure d’Eté (non sono riuscito a trovare il titolo italiano) è pubblicizzato come un tipico dramma francese sulla famiglia. Ci si aspetta lotte intestine tra fratelli sull’eredità e personalità contrastanti che si fronteggiano. Questo aspetto c’è, ma fortunatamente è appena accennato. Quando la vecchia mamma, che abita la grande casa in cui i bambini hanno passato l’infanzia, muore, desideri e aspettative contrapposte arrivano a un compromesso. C’è chi vince e c’è chi perde, come sempre, ma l’affetto rimane. Quello che mi è piaciuto invece è che L’heure d’Etè è un film sugli oggetti; quegli oggetti di design che il pittore-patriarca, amante incestuoso della madre, ha raccolto in una vita e che adesso dovranno trovare una loro destinazione. La dispensa modernista viennese, la scrivania di fine Ottocento, la statuetta di Degas con un braccio rotto etc. continuano a riapparire nella sceneggiatura come personaggi che reclamano un loro ruolo.
Il film elabora sull’idea, in fondo banale ma di solida verità, che gli oggetti assumono il loro vero valore nella mani e all’interno dell’esistenza di chi li usa (un ribaltamento della dicotomia valore oggettivo/valore sentimentale). Il valore attribuito dalle case d’aste e dagli esperti è solo fittizio e variabile. Il vaso che la governante sceglie di portare con sè perchè pensa che abbia solo un valore sentimentale è in realtà ben quotato dai critici. La vissuta scrivania piena di carte e libri sistemata di fronte alla finestra del giardino, riceve appena uno sguardo dal visitatore confuso del Musèe d’Orsay. Al contrario, la statuetta rotta che era relegata in un cassetto ritrova splendore nelle mani di un esperto restauratore museale. I quadri di Corot stavano in fondo meglio insieme uno di fronte all’altro in una stanzetta, gli estranei alla casa li giudicano semplicemente “astrusi”. C’è qualcosa di sentimentale in questa idea di oggetti che passano di generazione in generazione, mutando in significato e valore. Come Juliette Binoche, un giorno forse mi ritroverò un vassoio fra le mani e avrò una sensazione di nostalgia.
Forse Summer Hours poteva essere leggermente più corto, forse la storia “umana” poteva essere più ricca. Ma alla fine siamo usciti dal cinema con un triste sorriso.
Naturalmente, lunedì andiamo a vedere Batman.
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Tom Waits intervista Tom Waits
Luglio 29th, 2008
Mitica e spassosa autointervista. Non solo per i fan.
http://www.npr.org/blogs/allsongs/2008/05/an_interview_with_tom_waits_by.html
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Ipod, pure io
Luglio 28th, 2008
Cioè, no. È un Sony NWZ S618F, ma il nome è impronunciabile, tanto vale semplificare. Mi volevo distinguere. Qui l’Ipod, quello Apple, ce l’hanno tutti. Il 90% dei pendolari sulla metropolitana sotto i trent’anni ha due auricolari bianche nelle orecchie e un rettangolo bianco luccicante nelle mani. Quando qualche anno fa hanno perquisito le case dei terroristi suicidi che si sono fatti esplodere negli autobus di Londra hanno trovato delle istruzioni dei capi di Al-Qaeda, dicevano: per non farvi notare vi dovete rendere invisibili, andate in giro con un Ipod con la vostra musica preferita. L’esplosione fece molti morti e feriti, ad alcuni sopravvissuti scoppiarono i timpani per il boato. Ma non a quelli, molti, che avevano due auricolari nelle orecchie. Sono servite da protezione.
A parte questi rari usi dell’Ipod, io lo uso come tutti, per ascoltare musica. Anzi, per tornare ad ascoltare musica. Da anni non avevo più il tempo per ascoltare nulla. Visto che mentre lavoro al computer la musica mi deconcentra, invece che rilassarmi. Non sapevo praticamente più nulla di quello che c’era sulla scena rock e indie, proprio ora che sono nella città dove tutte le band emergenti si fanno le ossa. Per aggiornarmi ho usato la rete. Ho guardato tutti i profili facebook dei miei amici per vedere cosa ascoltano loro. Ho cercato le band che conoscevo su wikipedia, dove alla fine degli articoli vengono citate le band di simile tendenza. Ho cercato le colonne sonore che mi piacevano (Juno, Lost in Translation, per esempio) e poi gli album di ogni singola band in esse contenute.
Ora ho 835 brani nel mio Ipod e continuo a riempire la memoria. Ho scoperto che, con le cuffie sempre in tasca, potevo trovare minuti per ascoltare i miei brani preferiti e per scoprirne di nuovi. Da casa alla stazione: 12 minuti. Dalla stazione alla sala lettura della British Library: 7 minuti. E viceversa.
By the way, mentre scrivo, sto ascoltando The Raconteurs, e appena prima (usando la funzione shuffle) The Dining rooms e dopo… aspetta… ecco i Babyshambles. Fantastico.
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Il divo di Paolo Sorrentino
Luglio 9th, 2008
In una sera estiva romana dove camminare fa sudare sono entrato in un rifugio d’aria condizionata e ho visto Il divo di Paolo Sorrentino. Non era solo per evitare il caldo, è che a Londra la distribuzione di un film su Andreotti, sebbene apprezzato dalla critica, non è esattamente una priorità, ancora non se ne parla. Il film mi ha coinvolto sin dal primo istante, mi ha risucchiato in un vortice, tant’è vero che mi è sembrato brevissimo, ma quando è finito erano passate due ore. Il lavoro sul personaggio è molto meticoloso, nei gesti, l’aspetto e le parole, e Andreotti diventa talmente autentico da sembrare surreale – lo è, se uno ci riflette. Delle vicende italiane influenzate da questo personaggio non si capisce molto, bisogna conoscerle a prescindere, ma Andreotti viene fuori nella sua complessità e misteriosità umana. Non è un film che segue un teorema, è questa è la sua forza maggiore, ma ha il pregio di farci tornare a riflettere sulle responsabilità storiche di questo personaggio, responsabilità che trascendono quelle di fronte alla giustizia. Dopo la sua sua quasi-assoluzione ai processi che lo riguardavano forse quest’opera può invertire la tendenza che proponeva Andreotti come un innocente ingiustamente perseguitato.
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Vacanze, queste sconosciute.
Luglio 3rd, 2008
Dopo anni di parto-per-lavoro-ma-magari-ho-un-mezzo-pomeriggio-libero e di andiamo-a-trovare-i-miei-ma-forse-riusciamo-a-uscire-qualche-sera o al massimo di si-parte-sabato-mattina-presto-si-torna-domenica-sera-anche-se-distrutti, ecco finalmente le Vacanze.
Abbiamo caricato asciugamani e costumi, una mezza dozzina di letture “da spiaggia” (per ottimismo; abbiamo letto al massimo un libro in due), infradito e creme solari e siamo andati una settimana in Croazia, da Fra e Ale, in vacanza, appunto. Ci eravamo talmente disabituati che sembrava quasi irreale essere in una situazione in cui le scelte più assillanti erano in quale spiaggia andare e se mangiare pesce o carne per cena. Certo è stata dura non controllare quasi mai le mail, non correggere tesine, nè lavorare a qualche articolo, non concentrarsi su una lezione da preparare. Ma ce l’ho fatta.
Abbiamo visto luoghi bellissimi (le coste e le isole sono ancora verdeggianti, l’acqua cristallina), ma il punto più alto del viaggio ha avuto luogo l’ultimo giorno, lunedì, quando Leyla ha finalmente nuotato in un salvagente con disegni di topolino e paperino. Tra i gridolini di eccitazione è riuscita a dire a The Girl che guardava dalla riva “I did it, Mum!”. In quel grido di soddisfazione liberatoria si poteva sentire la sua lotta interiore durata una settimana tra il desiderio ardente di galleggiare come Sebastiano, il suo amichetto coetaneo che era sempre in acqua, e il timore della novità e di quella forza della natura che è il mare. Sembra niente, ma entrando in quel salvagente Leyla è riuscita ad affrontare le proprie paure recondite con un gesto di azzardo e di fiducia (verso suo padre che la incoraggiava): una situazione, e una soluzione, che prefigura molte altre simili che si troverà ad affrontare nella sua vita.
Certe volte le cose importanti succedono durante le vacanze.
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Oggi domani un concorso.
Giugno 23rd, 2008
Ricevo e pubblico da un lettore:
Conosco la particolare attenzione che rivolgi al mondo universitario palermitano. A tal proposito ti scrivo per segnalarti un episodio, che mi ha visto protagonista in negativo, recentemente accaduto all’Università degli Studi di Palermo. Sono un ricercatore di 35 anni e ho passato gli ultimi sette anni tra Paesi Bassi e Spagna per motivi di lavoro. Dopo il dottorato di ricerca conseguito a Palermo, ho fatto un’esperienza di tre anni con un contratto “post-doc” all’Università Tecnica di Delft nei Paesi Bassi. Poi mi sono trasferito in Spagna a San Sebastian dove faccio parte di un gruppo di ricerca inserito ormai da anni in una rete di eccellenza europea nell’ambito dello studio dei polimeri e, più in generale, della cosiddetta materia soffice (soft matter).
Durante la mia lunga permanenza all’estero ho maturato numerose conoscenze scientifiche in tale settore di ricerca e svariate competenze sperimentali. Mi posso quindi definire uno dei tanti “cervelli in fuga” di cui tanto si è parlato negli ultimi anni e per i quali, a parte i pochi e poco incisivi programmi di “rientro dei cervelli”, nulla si è fatto per il loro ritorno in Italia. Forte dell’esperienza maturata in questi anni e con la voglia mai sopita di tornare in Italia, mi sono presentato ad un concorso di ricercatore di Chimica alla facoltà di Ingegneria di Palermo. Continua a leggere »
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Epifania del cappuccino
Giugno 18th, 2008
In questa intensissima settimana a Toronto una sorta di epifania l’ho vissuta proprio l’ultimo giorno, quando mi sono trovato insieme a Gorkam (Turchia), Julia (Germania), Kerry (Nuova Zelanda), Tapiw (Zimbawe), Erik (Svezia), Rebekka (Svizzera) e Jerry (USA) seduto in un cafè a dibattere su cosa sia un cappuccino. Il cappuccino è un tipico argomento da “incontri globali“, ma mai mi era capitato di discuterne contemporaneamente con amici (ormai lo eravamo) di quattro continenti diversi. Forse il fatto che eravamo lì, allo stesso tavolo, a parlare la stessa “lingua” significava qualcosa, forse segnalava una certa epoca storica. Eppure era strano che mi fossi soffermato sulla nostra sorprendente diversità solo l’ultimo giorno del convegno. Fra i settanta partecipanti vi erano almeno venti nazionalità diverse e, sin dall’inizio, tutte le infinite conversazioni - iniziate nei seminari e concluse, innaffiate di birra, nei pub - erano incentrate in un modo o nell’altro sul modo in cui le nostre diverse storie si intersecavano.
Come nel caso dell’epifania del cappuccino, certe volte le cose che osservi quotidianamente ti colpiscono all’improvviso, ma, a pensarci meglio, in questo caso era successo semplicemente che persone tra di loro sconosciute che si erano ritrovate a stringersi la mano per la prima volta otto giorni prima avevano intanto raccontato appassionatamente dei propri interessi di ricerca, messo in gioco le proprie posizioni politiche, svelato i casini famigliari e sentimentali, ballato sfrenatamente fino alle tre del mattino, scoperto affinità elettive. Alla fine era come se si conoscessero da una vita, e soltanto un’intuizione improvvisa ha finito per svelarmi l’eccezionalità di quella situazione.
[Altri incontri globali qui.]
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Santini, promesse… e posti di lavoro
Giugno 12th, 2008
Bellissimo spaccato sul fare politica in Sicilia (dove significa soprattutto fare politica elettorale). Da corriere.it.
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$25
Giugno 4th, 2008
La vittoria di Barack Obama alle primarie mi ha scosso. Un po’ perchè qui a Detroit, nell’assolutà mancanza di alternative, ho visto alla CNN fino a sera tarda i discorsi elettorali di tutti i candidati, culminati in quello di Obama in uno stadio strapieno. Un po’ perchè a settembre mi ritroverò a cercare di spiegare i cambiamenti storici negli Stati uniti a degli studenti confusi e ora lo posso fare con un po’ più di ottimismo. Questa mi sembra una svolta non soltanto storica, come hanno detto in tanti, ma epica. Ad ascoltare Obama mi sono sentito come quando a tredici anni vedevo il finale di Rocky Balboa, mi è sembrato di vedere l’ascesa di un individuo che scardina un sistema.
Beh, ancora non è veramente successo, ma mi sono convinto a donare 25 dollari alla campagna di Obama. È quasi simbolico, ma se lo facessero tutti quelli che si sono lamentati di Bush in questi interminabili sette anni, diventerebbe anche un contributo sostanziale.
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